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FUOCO CREATORE
Il fuoco rappresenta il sole sulla terra. È luce, calore. È il luogo di scambio tra le potenze sotterranee e celesti, come la colonna di fumo che si innalza al cielo dagli altari dei nostri padri o il fumo delle candele della attuale devozione. È il fuoco che arde nei templi antichi, luogo di manifestazione della divinità.
Il fuoco è manifestazione della divinità, principio creatore dell’universo che si realizza attraverso la di luce che si oppone alla potenza del caos primordiale fatto di tenebra. Fuoco e acqua sono i due grandi principi, attivo e passivo, dell’universo: origine di tutti gli opposti del mondo. Conflittuali, ma necessari alla vita.
In tutta la cultura greca il fuoco rappresenta l’essenza invisibile dell’esistenza, il pneuma, il soffio vitale, fin dalle prime speculazioni dei filosofi pre-socratici, influenzate dal pensiero religioso iranico.

Piramidion, Museo Egizio di Firenze
Max Ernst, Divinité, Coll. Barilla, Parma

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FUOCO NEL MITO - Luce e buio
È difficile trovare qualcuno che non sia stato profondamente colpito dal cammino apparente del sole nel cielo, dall’alternanza del giorno e della notte e che non si sia rapportato con questi fenomeni percependo un senso di trascendenza e impotenza. Sarà l’astrazione artistica ad offrire una forma alla trascendenza che, nelle fasi iniziali della civiltà, è direttamente collegata alla percezione intima del disco solare. Nei manufatti del periodo protostorico - bronzo finale e prima età del ferro - la rappresentazione solare è affidata al tema della barca o del carro che traina il disco solare nelle regioni celesti. In analogia con il movimento del sole nel cielo si attribuisce al fuoco, in quanto rappresentazione dell’astro sulla terra, un significato di rinascita e rigenerazione fisica e spirituale. Le analogie simboliche che legano il fuoco terrestre agli astri stimolano la creazione di una serie di temi mitici caratterizzati da particolari rituali e incantesimi, volti a propiziare la rigenerazione della vita.

Ara con Eos che rapisce Kephalos, Museo Archeologico di Gela
Francesco Brina, Aurora, Casa Buonarroti, Firenze

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FUOCO NEL MITO - Gli dei
Il fuoco è ambiguo: fascinazione perenne. Fiamma celeste del fulmine, luce e calore del sole oppure violenza e attività delle viscere della terra. Il fuoco è il fondamento della vita sociale e civile eppure pericoloso da rappresentare l’archetipo primario dell’annientamento. Tutto in lui si dissolve in fumo e cenere.
Manifestandosi all’uomo sotto forma di grandi fenomeni tellurici e atmosferici, il fuoco si presta ad una serie di speculazioni che danno origine ad una complessa mitologia volta al mantenimento ordine sociale e cosmogonico: il fuoco benefico, celeste e culturale, al servizio del cosmo, e il fuoco malefico sotteraneo e distruttivo, al servizio delle forze di dissoluzione e del caos. Le figure divine associate al fuoco si distribuiscono, dunque, secondo queste due direzioni divergenti, entrambe caratterizzate da potere rigenerante. Mentre il fuoco celeste esiste da sempre e non appartiene all’universo dell’uomo, il fuoco ctonio e sotterraneo è posto in relazione alle forze rigenerative della natura e della terra di cui gli inferi sono il profondo grembo.

Gaetano Previati, Il carro del sole, coll. Camera di Commercio di Milano
Sebastiano Ricci, Giove e Semele, Gallerie degli Uffizi, Firenze

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FUOCO SOTTERRANEO
Nella figura di Efesto-Vulcano sembrano convergere diverse tradizioni relative al potere del fuoco sotterraneo. Vulcano è il dio del fuoco che divora e annianta e che, nella sua ambivalenza, contiene in sè espiazione e purificazione come si evince dalle offerte delle armi dei vinti a lui dedicate nella cultura romana. È divinità maschile distruttrirce o attiva, dei fabbri e dei costruttori, in opposizione a Vesta-Hestia divinità benevola del fuoco passivo femminile, della comunità, degli antenati e del focolare domestico. Un’opposizione definita anche dalla collocazione dei templi dedicati alle due divinità romane: Vesta alla Regia e Vulcano al Comizio, cioè alle estremità del tratto forense della via Sacra.

Giorgio Vasari, La fucina di Vulcano, Gallerie degli Uffizi, Firenze
Andy Warhol, Vesuvius, 1985, Coll. Banca Intesa, Napoli

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CERCHIO MAGICO
Luce e tenebre sono intimanente connesse. Il sole nel suo cammino produce luce e tenebre ed il buio accompagna sempre il sole che avanza. La luce del tramonto appartiene alle tenebre e porta in sé un valore magico e oscuro. Il mondo magico affida i suoi misteri al sole nero, alla luce della notte quando al sole calante si dischiudono le porte dell’orizzonte. La magia, intesa come pura forza attiva di luce e di fuoco, si può ritrovare fin dall’antica tradizione egizia: la protezione del sole nel suo pericoloso viaggio notturno è affidato alla magia; un cerchio tracciato dai geroglifici del fuoco intorno ad alcune figure divine egizie di età tarda allude alla potenza magica irradiata. Per mezzo della magia l’uomo anela ad annullare ogni limite, per scontrarsi con gli orizzonti che ordinano e racchiudono l’esistenza e raggiungere in tal modo il potere del tenebroso nulla primordiale che precede l’atto della creazione.

Filippo Napoletano, La fucina dell’alchimista, Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze
Renato Guttuso, Strega malinconica, Coll. Privata

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RINASCITA
Il fuoco, come l’acqua, rappresenta un elemento di trasformazione da una condizione all’altra. La presenza del fuoco nei riti di passaggio come nelle cerimonie che accompagnano la morte e la nascita, reale o simbolica, si riveste di tale significato. Non a caso il fuoco e l’acqua ricorrono come elementi fondanti di molte rappresentazioni dell’aldilà e dei miti di rigenerazione cosmica. Il tema espresso da Eraclito “il fuoco verrà e giudicherà tutte le cose” si ripropone in ogni epoca o dimensione culturale: nel pensiero greco come nel mito germanico, nell’Apocalisse come nel pensiero religioso islamico. Fin dalle origini il fuoco è stato assimilano alla vita e il calore che il corpo perde con la morte è posto in stretta relazione con l’esistenza di un fuoco interiore: per simboleggiare la morte nella cultura europea , infatti, spesso si fa riferimento ad una fiamma che si spegne. Nel contesto del fuoco, invece, la morte non è morte. È una rigenerazione cosmica, un ritorno alla vita. Il rituale dell’incenerazione in occidente, fin dal Paleolitico, si collega strettamente a questa essenza spirituale ignea, insita nel corpo umano ed espressione della sua immortalità.

Trono cinerario etrusco, Museo Archeologico di Firenze
Bruegel, Orfeo agli Inferi, Palatina Fi

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FUOCO DELLA COMUNITÀ
La fiamma nel mondo greco-romano rappresenta il garante di unità, fedeltà, prosperità, continuità, protezione dello stato, della comunità e della famiglia. Distrugge gli elementi corruttibili della terra rigenerandola e rendendola vicina al mondo degli dei e alla giovinezza.
La colonna di fumo è il mezzo che accompagna verso l’alto l’essenza spirituale della combustione, rappresenta la relazione tra immanente e trascendente, la via di comunicazione tra uomo e dio. Questo ruolo di collegamento fa sì che ogni fuoco acceso - focolare domestico, altare, pira funebre - rappresenti il simbolo di unità tra divino e umano.
L’ambiguità e bivalenza del fuoco permane anche negli aspetti collegati alla vita della comunità, il cui valore di distruzione-castigo-rinascita è impresso nelle tradizioni delle società agrarie: dei riti di passaggio stagionali come la Vigilia di San Giovanni, all’ambivalenza del fuoco del purgatorio e dell’inferno, al rogo apotropaico di eretici e streghe.

Ciro Ferri, Vestali, Galleria Spada, Roma
Antonio Canova, Vestale, Pinacoteca di Brera, Milano

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FUOCO UTILE
La domesticazione del fuoco cioè la possibilità di produrlo, conservarlo e trasportarlo segna la separazione definitiva tra i Paleantropi e i loro predecessori zoologici. Il più antico documento dell’uso del fuoco proviene da Chou-kou tien (600.000 circa) ma è probabile che la domesticazione avesse avuto inizio assai prima e in varie località della Terra. Imparando a controllare il fuoco per la prima volta un essere vivente diveniva capace di dominare una delle grandi forze della natura. L’impatto psicologico deve essere stato altrettanto potente di quello funzionale.
Il mito di Prometeo - dono agli uomini e furto agli Dei - raccoglie e suggella tutta la ambivalenza in termini psicologici di questa grande conquista uman: crea e (rubando) distrugge. Il fuoco utile del calore e della cattura del cibo, del cambiamento del tempo umano, del progresso e dei rapporti sociale è anche il fuoco dell’annientamento sociale, della guerra, della devastazione. Il fuoco più di ogni altro elemento naturale appare in tal senso il segno attivo della contraddizione umana, segno al tempo stesso di civiltà e anti-civiltà.

Tiziano, Prometeo, disegno, Gabinetto dei disegni e delle Stampe, Uffizi, Firenze
Arnold Bocklin, Prometheus, Coll Barilla, Parma

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MOSTRI DI FUOCO E PAURE ANCESTRALI
Il mondo sotterraneo pullula di esseri multiformi che spargono fuoco: serpenti e draghi il cui alito di fiamma distrugge i corpi e le anime. Le storie mitologiche su esseri di fuoco hanno origini antichissime. Il racconto della lotta di Eracle contro l’Idra di Lerna o il serpente Ladon, di Bellerofonte contro la Chimera, di Giasone contro il drago della Colchide e, ovviamente, quello del conflitto cosmico tra Zeus e Tifeo si inscrivono all’interno di un unico tema mitico: quello dello scontro tra un dio o un eroe e un essere mostruoso e letale, dalla forza prodigiosa.
Caduto sulla terra, il serpente drago del mito perde la connotazione di divinità delle origini per trasformarsi, nell’occidente medievale, in pura incarnazione del Male e prova di santità per il cavaliere cristiano. Jacopo da Varagine, nella Legenda Aurea, raccoglie numerose leggende di santi sauroctoni. Il più celebre è Giorgio, il tribuno della Cappadocia che in Libia liberò la città di Silena – e la bella figlia del re – da un drago. Protetto dal segno della croce, il cavaliere colpì con la sua lancia il drago e lo uccise, richiedendo in cambio della liberazione che tutti i cittadini si convertissero nel nome di Cristo. Il mostro sputafuoco si cristallizza, qui, in un simbolo del Male e i racconti generati dall’eterna lotta assumono caratteristiche apotropaiche per controllare ansie e angoscie del singolo e della comunità.

Leonardo, Il drago e il leone, disegno, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, Uffizi, Firenze
Lucas Cranach, San Giorgio e il drago, Galleria degli Uffizi, Firenze

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LUCE DI REDENZIONE
Non vi è nessuna sorta di identificazione di Dio con la luce. Nei testi biblici essa rimane sempre una sua creatura. Come tale, Dio la usa per manifestare la sua potenza, la sua grandezza e bellezza.
In questo mondo sfuggente, anche gli elementi più puri, la tavolozza del cosmo, sono gonfi di duplicità. Così il fuoco: che purifica e distrugge, riscalda e brucia, illumina e affumica, ascende fiammeggiante e discende fulmineo, fonde e confonde. Le Scritture attingono a questa tavolozza, non potrebbero fare altrimenti. Ma lo scrittore ispirato è in grado di trarre la profonda unità che agli elementi soggiace, la loro capacità di essere simboli.

Tintoretto, Resurrezione di Cristo, Gallerie dell’Accademia, Venezia
Vittore Carpaccio, Annunciazione, Galleria Franchetti alla Ca d’Oro, Venezia

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LUCE E TENEBRE
ETERNA LOTTA TRA BENE E MALE
Fiamme ed esalazioni sulfuree tipiche dell’inferno trovano collegamento con i fenomeni tellurici, considerati prova dell’esistenza del mondo sotterraneo. Anche l’Inferno dantesco è rappresentato come un enorme cratere a cono profondo fino al centro della terra la cui entrata ad imbuto è situata nell’emisfero settentrionale, provocato dalla caduta di Lucifero posto al centro di questo cratere.
Di fronte ad una genericità della descrizione dell’Inferno sarà l’Apocalisse e i vangeli apocrifi a affermare e specificare poco prima del Mille l’attuale iconografia infernale. L’Apocalisse di Giovanni di Patmos si collega all’immagine del raggiungimento del fine ultimo, la ricongiunzione e la rilevazione definitiva della verità. L’Apocalisse si presenta come rivelazione della Verità e colloca l’angelo come messaggero del disvelarsi come trasformazione che abita l’uomo. Il tema del cambiamento radicale percepito come mutamento pauroso in cui il mutamento emozionale può evolversi verso l’angoscia e un uragano emozionale. Nei 404 versetti dellla Apocalisse, di Giovanni di Patmos il fuoco è evocato 26 volte. Il rosso-fuoco nell’Apocalisse parla della guerra come di una malaugurata ineluttabilità, tanto più che ‘rosso-fuoco’ è il colore anche del grande drago, l’irriducibile nemico della Donna vestita di sole e del figlio che essa sta per partorire, il Messia, che “guiderà le genti con scettro ferreo”.

Albrecht Durer, Quattro cavalieri dell’Apocalisse, disegno, 1500, Gabinetto Disegni Firenze
Fabrizio Plessi, Il Peccato o Movimenti catodici barocchi, Coll. Artista

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APOCALISSI DI CONOSCENZA

Mattia Preti, Fuga da Troia, Barberini
Gerardo Dottori, Incendio-città, Museo Civico Perugia

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DIS-VELAMENTO
La conoscenza e la bellezza sono strade dell’anima che all’anima alla fine conducono.
Verso la fine del suo Manṭiq al-ṭair, Fārid al-Dīn ‘Attār (sec. XII-XIII) narra della settima e ultima valle che gli uccelli devono oltrepassare per arrivare infine al cospetto del loro Maestro, il favoloso uccello Simorgh, che non è altri che la scintilla divina in sé stessi. Questa settima valle è quella della povertà spirituale e dell’annichilimento del proprio ego, oltre cui nulla è più esprimibile, subentrando l’esperienza della fusione completa con il divino; così, nel tentativo di spiegare l’inspiegabile, il poeta scrive:

Una notte le falene si unirono in convivio, a cercare la via per riunirsi alla candela.
Dissero: troviamo chi ci dia notizie dell’oggetto della nostra ricerca e brama.
Una falena andò a un castello lontano e là dentro colse la luce della candela.
Ritornata riportò il suo resoconto: descrisse la candela con la sua intelligenza.
Ma la prudente, a capo del convivio, disse che quella nulla sapeva della candela.
Un’altra allora andò a passare ov’era la candela e se ne avvicinò.
Con le ali toccò l’alone della sua brama, ma la candela ebbe vittoria, ed essa scorno.
Anch’essa ritornò e disse qualcosa del segreto, spiegò un po’ l’unione alla candela.
Ma la prudente disse: la spiegazione non è migliore di quella della tua compagna.
Un’altra si levò ebbra d’ebbrezza, andò a gettarsi sul fuoco con violenza.
Lanciata sulle zampe, tesa verso il fuoco: in esso si perdeva e, con gioia, accomunava.
Abbracciata in tutto al fuoco, le membra tutte rosse come fuoco.
La prudente da lontano vide la candela che a sé l’aveva immedesimata, lo stesso colore della luce.
Disse allora: quella falena ha compreso ciò che si voleva, ma solo lei comprende, e questo è tutto!


Il Domenichino, Angelo, Capodimonte Na
Orazio Gentileschi, San Michele, Chisa del SS Salvatore, Farnese, Vt






 

 
 
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